“Le compagnie di ventura nell’Italia del XIV secolo: un’introduzione” di Ugo Barlozzetti

Nel processo di trasformazione della società europea occidentale le vicende del XIV secolo videro un aspetto caratterizzante come quello della prassi guerresca connotarsi del fenomeno delle «Compagnie di ventura» fino al divenire parte essenziale della scena politica e militare ovunque, tanto nel regno di Francia, devastato dalla Guerra dei Cento anni, quanto nei territori del Sacro Romano Impero come nei regni della penisola iberica, ma soprattutto in Italia. Le «Compagnie di ventura» erano del resto originate dal riapparire ed evolversi del mercenariato, vale a dire del sistema di pagare dei combattenti, che aveva antichissimi precedenti, nelle società più diverse, si pensi agli arcieri nubiani e libici nell’antico e medio regno egizio, o a quelli del mondo greco ed ellenistico, fino all’impero di Roma, e con una continuità che arriva al basso medioevo, a quello bizantino. Mercenari vi sono stati tanto nel mondo islamico che in estremo oriente.

Il Condottiere XV sec. – Museo Stibbert

Per quanto riguarda l’Europa occidentale però il fenomeno appare quasi una contraddizione per i caratteri specifici della «società feudale» e se diventa un fatto eclatante, appunto, dell’Italia del Trecento ove le città mercantili hanno un ruolo fondamentale dal punto di vista politico ed economico, non di meno aveva avuto un ruolo con la conquista normanna dell’Inghilterra e – non valutando la questione nell’orizzonte crociato, sia ponentino che levantino o baltico – dalla seconda metà del XII secolo al primo ventennio del successivo, sia il Barbarossa come Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra, Filippo Augusto o Ottone IV, avevano utilizzato come mercenari combattenti non provenienti o inquadrati nell’«Ordo bellatorum».
[CLICCA QUI PER SCARICARE L’ARTICOLO COMPLETO]


 

“Le pauvre Louis” di Domenico Lentini

Di Luigi sul trono di Francia se ne possono contare diciotto suddivisi tra quattro diverse dinastie: Carolingi i primi cinque, Capetingi dal sesto al decimo, l’ XI° è un Valois, il XII° un Valois-Orleans, della casata dei Borboni, infine, gli ultimi sei. Il primo tra essi cominciò a regnare nel 914 l’ultimo, il XVIII°, concluse il regno alla sua morte nel 1824 e se il V° viene ricordato come l’Infingardo o come re Fannullone, e finì avvelenato forse dalla sua stessa madre, il IX° morì invece in odore di santità e, canonizzato, divenne San Luigi dei Francesi festeggiato ancora oggi il 25 agosto di ogni anno, giorno della sua morte.

A voler essere precisi bisognerebbe ricordarne altri due, un Luigi Filippo ed un Luigi Napoleone, ma questi ultimi sono fuori dalla numerazione e partecipano di un’altra storia. Considerando i primi diciotto, invece, di tutti loro se ne potrebbe dire di bene e di male, se regnare è sempre stato un privilegio quasi mai è stata una passeggiata, però di uno solo tra essi, Louis-Auguste che regnò col numero XVI, si potrà dire che perse la corona e con la corona anche la testa. Non è che fosse una gran testa la sua, mai brillò per acume e capacità e carattere ma avrebbe potuto senz’altro conservarla come tutti gli altri suoi predecessori se i tempi non fossero mutati e se l’idea di una monarchia assoluta discendente da un presupposto diritto divino non fosse stata erosa, nella coscienza collettiva, dalla filosofia del pensiero corrente affascinato più dai lumi della Ragione che dall’oscurità dei pulpiti e delle sacrestie. Accadde in quel tempo che proletari e borghesi parigini si accorsero che se i nobili sembrava stessero in alto questo era dovuto al fatto che tutti loro da millenni stavano in ginocchio e, alzandosi in piedi, dimostrarono che tutti gli uomini, per principio, avrebbero potuto sembrare uguali. Il re è nudo! Si urlò, e ci volle una Rivoluzione per mostrarlo. Luigi, spogliato della corona e del manto d’ermellino apparve, agli occhi del popolo francese non più suddito dell’antico retaggio, nelle vesti di un pover’uomo incapace di gestire una situazione che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque, anche a gente molto più capace di lui; sballottato dagli uomini e dagli eventi, vittima di un ruolo troppo pesante per le sue gracili spalle, diventato una pedina ostaggio nel gioco delle altre potenze europee prese in un viluppo contraddittorio di interessi nazionali e familiari dinastici, finì per trasformarsi nel simbolo di un Ancien Régime ormai obsoleto agli occhi delle nuove classi produttive emergenti. [CLICCA QUI PER SCARICARE L’ARTICOLO COMPLETO]


 

“Le collezioni delle porcellane cinesi al tempo dei Medici” di Maria Chiara Donnini

La porcellana orientale era il filo conduttore del collezionismo di oggetti esotici in Toscana, era presente nelle collezioni Medicee sempre in forma crescente fino a raggiungere l’apice nel 1700.

Difficile era però individuare la provenienza dei manufatti se cinesi o giapponesi o addirittura italiani, data la descrizione che veniva riportata negli inventari sotto la voce generica di “porcellana”. Il gusto per l’esotico comprendeva anche altre curiosità come le giade, i tessuti, le armi, che venivano raccolte nelle così dette “camere delle meraviglie” e che in genere ogni palazzo signorile ne possedeva una più o meno fornita, questa forma d’interesse per le scienze, la botanica la matematica, la cartografia e la filosofia era stato il corpus del fermento del pensiero del Rinascimento fiorentino che animava l’attività intellettuale della città sotto la guida umanistica dei Medici, fino al suo massimo con la scuola neoplatonica. Il primo esempio di camera delle meraviglie lo possiamo rintracciare nella raccolta di Piero il Gottoso che aveva allestito un piccolo ambiente nei suoi appartamenti del palazzo di via Larga, attuale Palazzo Medici Riccardi. Successivamente Lorenzo il Magnifico approfondisce i suoi interessi culturali e l’allestimento delle sue collezioni con ogni sorta di oggetti insoliti provenienti dall’Oriente con particolare riferimento alla porcellana cinese. La raccolta è documentata già nei primi anni del 1400, alcuni oggetti vennero offerti a Lorenzo il Magnifico come doni di Stato e scambi diplomatici e comprendevano vasellame cinese bianco e blu e Celadon.

Foto n.1 – Dono a Lorenzo de Medici del sultano d’Egitto. Porcellana Celadon. Museo degli Argenti -Firenze

(Celadon è un tipo di porcellana monocromo di colore verde pallido simile
alla giada, o blu grigia traslucida con invetriatura, cioè ricoperta da uno smalto
vetroso. Il nome Celadon in francese significa verde chiaro, e furono proprio i
francesi a denominare questo tipo di porcellana dal nome di un personaggio
Celadon di un romanzo L’Astrea d’Honore d’Urfé, dove il colore delle
porcellane fu paragonato agli abiti di Celadon protagonista del romanzo).

[CLICCA QUI PER SCARICARE L’ARTICOLO COMPLETO]